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La Strage di Ustica – Il Museo per la Memoria di Ustica

| 26 marzo 2013 | 0 Comments

Museo_usticaSuccesse nel 1980, l’anno in cui nacqui e ne ho sentito parlare per tutta la mia vita, sto parlando della strage di Ustica. Mi ricordo fin da piccolo, in un tempo in cui, durante i telegiornali, si vedevano ancora di quando in quando immagini cruente, i filmati in bianco e nero dei corpi di passeggeri dell’I-TIGI cullati dalle onde del mare. Fra tutti questi fotogrammi immortalati nella mia mente ne ricordo uno in particolare uno di cui si intravedeva solamente la forma di un corpo esanime ad eccezione di una gamba, mi sono sempre chiesto se fosse piegata sotto il livello dell’acqua o non ci fosse più… mistero, questo, che non ho mai risolto. Detto ciò, come per tutti gli altri grandi misteri italiani, ho sempre provato una  grande attrazione e rispetto. Tutte le persone morte in grandi stragi senza un perchè tangibile e/o dimostrabile, dovrebbero essere considerate eroi nazionali inconsapevoli più che vittime inconsapevoli. Il loro sacrificio ci ha permesso, in molti casi, che non si ripetessero più eventi simili.

Succede spesso che in un evento svoltosi durante la propria vita si voglia dare una parola fine a qualcosa che ci ha accompagnato per anni e in molti di questi casi essa risulta una visita a ciò che rimane in ricordo della cosa che ci ha accompagnato. Faccio un esempio per far capire cosa intendo, molte persone sono appassionate di un autore e dopo averlo letto per mesi o anni fino quasi a toccarne l’anima, sentendo anche delle affinità con esso, decisono di andarne a visitarne la tomba. Personalmente, per la strage di Ustica, avendone sempre sentito parlare ed aver letto e visto documentari e speciali a riguardo (sia all’epoca che negli ultimi anni) ed avendo finalmente letto l’atto finale della causa nel gennaio 2013 che ha confermato ufficialmente che l’esplosione dell’aereo in volo avvenne per colpa di una azione militare, mi sono sentito in dovere, passando per Bologna, di andare a trovare ciò che rimane di quella tragedia, ovvero i resti dell’aereo dell’Itavia.

Avevo sentito che nel 2007 era stato creato dal nulla, dopo il dissequestro del relitto dell’aereo, il Museo per la Memoria di Ustica. La costruzione ed il trasporto dei rottami della carlinga non erano stati per nulla semplici ma alla fine ci si era riusciti.

Passano gli anni, siamo nel 2013, più esattamente il 23 marzo del 2013. Trovandoci a bologna per la Fiera del libro d’infanzia ed avendo prenotato una stanza in un Bed & Breakfast a Nord della città, scopro con piacere che il Museo per la Memoria di Ustica si trova in quella zona in Via di Saliceto, 3/22. La giornata non era delle migliori, anzi si può dire che era delle peggiori, freddo e nevischio misto a pioggia con sferzate di vento. Scendiamo in strada e ci incamminiamo verso la via con due mappe, quella sul cellulare di Google Maps ed una cartina di carta da poco comprata alla stazione. Arriviamo al presunto incrocio dove Google Maps segnalava il museo, e ci ritroviamo davanti una strada con un parcheggio (la cartina non mostrava nemmeno la strada invece). Facciamo su e giù per la via ma nulla da fare, nessuna indicazione. Ad un certo punto osservo più attentamente i muri e noto una indicazione sibillina riguardante solamente dei numeri civici accorpati all’interno di un giardino pubblico. Entriamo in questo cancello e cominciamo a leggere sulle facciate delle palazzine all’interno di questo giardino. Inizialmente null’altro che fango, un circolo privato ed il museo delle tramvie bolognesi o almeno quello sembrava, poi ecco l’ingresso ipermoderno del Museo. Ci scuotiamo la pioggia di dosso ed entriamo. Ci accoglie l’addetto e ci informa che il museo è gratuito e ci da i biglietti con un piccolo depliant. Alla domanda se si possono fare delle foto alla carlinga arriva una inattesa risposta: no perchè è un’opera d’arte. La domanda seguente è stata se si potessero fare delle foto alla sola carlinga senza l’opera d’arte che vi stava attorno e la risposta è stata si ma solo a scopo educativo oppure con tesserino da giornalista e sempre e comunque previa richieste e firma di una liberatoria. Ci arrendiamo, tanto c’era brutto tempo e quindi niente foto del museo. Il museo è composto solo da due camere, una enorme in cui è ricostruito l’aereo su una gabbia metallica a farne da supporto e l’altra in cui vi è un proiettore in cui si spiegano le difficoltà incontrate nella creazione del museo. Il video montato in maniera sublime ha come voce narrante quella dell’aereo stesso che racconta la propria storia, morte e rinascita. Davvero toccante. Le informazioni riguardanti l’aereo e la sua storia sono demandate al depliant consegnato all’ingresso e ad pc con audiovisivi. Il soggetto vero del museo è l’aereo mostrato in tutta la sua maestosità al centro della enorme sala che lo racchiude come una scatola, a me ha dato l’idea di una enorme bara in cui il visitatore è come il batterio che si nutre del corpo putrescente ad anni dalla morte del soggetto sepolto. L’opera di Christian Boltanski, costituita di 81 luci appese al soffitto sull’aereo che si affievoliscono man mano fin quasi a spegnersi per poi riaccendersi ed gli specchi sussurranti i presunti pensieri dei passeggeri la trovo leggermente troppo invasiva per un luogo improntato alla memoria. Da molto potrà essere considerato un buon modo per completare ma personalmente non mi ha permesso di fermarmi a pensare. Questa 81 voci che bisbigliano e non si possono fermare non danno la voglia di ascoltarle ma di volerle far sparire, zittire. Gli oggetti ripescati con l’aereo sono stati nascosti alla vista ed alla morbosità dei visitatori per volontà dell’artista (scelta discutibile a mio modo di vedere dato che il “logo” stesso del museo è uno zoccolo di legno spezzato e piegato dall’esplosione).

Quasi tutte le domande che mi ero posto grazie a questa visita hanno avuto una risposta, tranne una: perchè per creare questa opera d’arte è stato chiamato un artista francese? In Italia nessun artista era disponibile? Ma scusate il missile o aereo che ha creato questa distruzione non era anche lui francese? Boh.

Suggerisco a tutti di andare a visitarlo e di porsi davanti al muso dell’aereo e pensare all’ultime frasi che i piloti si stavano scambiando al momento della scomparsa dell’aereo dai radar e che sono state registrate dal registratore di bordo:

«Allora siamo a discorsi da fare… […] Va bene i capelli sono bianchi… È logico… Eh, lunedì intendevamo trovarci ben poche volte, se no… Sporca eh! Allora sentite questa… Gua…»

osservatela bene e noterete che metà della cabina di pilotaggio non c’è, si trova ancora a 3600 metri di profondità a largo di Ustica con l’eco delle voci non dette e la verità mai completamente scoperta di quel millisecondo che tranciò quella parola e quelle vite.

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