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In ricordo dei caduti italiani nei campi di concentramento

| 27 gennaio 2009 | 1 Comment

memoria

Oggi è il Giorno della Memoria. Spesso mi chiedo se sia logico ricordare i morti di un popolo che ha passato la seconda guerra senza cobatterla e fare nulla per evitarla o rivoltarsi ad essa (tranne rare eccezioni) e che al giorno d’oggi bombarda senza pietà la popolazione della striscia di Gaza. Non sono razzista ma mi sono stancato di vedere palestinesi lanciare dei razzi a mano e gli israeliani rispondere con bombardamenti effettuati con caccia, elicotteri e carri armati. Per questo motivo preferisco non parlare di loro in questo giorno. Preferisco parlare dei nostri morti. Quegli italiani che sono morti nei campi di prigiornia per la loro volontà di creare un mondo migliore di qualunque colore fossero rossi o neri.

L’articolo 1 della Legge 20 Luglio 2000, n. 211 dice così:

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

In Italia, dove il razzismo non era radicato, non riesco a credere che con l’avvento delle leggi razziali, il popolo italiano, comunista o fascista che fosse, si sia trasformato improvvisamente in razzista. La seconda parte del testo della legge viene spesso dimenticata dando luce solo allo sterminio della popolazione ebraica. Si ha come l’impressione che la storia abbia cercato di dimenticare tutte queste altre persone per ricordare solo il popolo ebraico, basandosi solo sui dati numerici dei caduti.

Un esempio tratto da Wikipedia:

I treni di deportati, a partire dal 1942 fino al maggio 1944, arrivarono ad una piccola banchina ferroviaria, universalmente nota come la rampa degli ebrei o, in tedesco, Judenrampe e situata a circa 800 metri all’esterno del campo di Auschwitz II-Birkenau, nei pressi dello scalo merci della stazione di Oświęcim. La maggior parte dei convogli di deportati italiani ebbero come ultima fermata proprio la Judenrampe, compreso il treno che trasportava Primo Levi che ha vividamente descritto la scena del suo arrivo notturno come «una vasta banchina illuminata dai riflettori» in Se questo è un uomo. Dopo la guerra la Judenrampe, luogo di arrivo (e selezione) di almeno 800.000 deportati da tutta Europa non venne inclusa nell’area divenuta museo del campo e scomparve quasi completamente. Solo nel 2005 è stata in parte recuperata ed inserita all’interno dei percorsi di visita al campo di Auschwitz.

Oppure la guerra delle croci che si svolse nel 1998 ad Auschwitz, in cui i nazionalisti polacchi, volendo ricordare i propri caduti nel campo di prigionia, piantarono tante croci quanti furoni i propri morti dimenticati dalla storia. Il risultato finale fu (facendo intervenire anche gli Stati Uniti), che tutte le croci vennero sradicate e lasciata solo quella del Papa, perchè il campo di concentramento era un simbolo dello sterminio degli ebrei. Per chi volesse vedere le foto delle croci erette nel 1998 guardi qui.

Oggi, almeno per una volta, ricordiamo i nostri morti, quelle figure, molte volte senza nome, che più di sessant’anni fa si aggiravano per i campi di concentramento con la “I” cucita sulla giubba ed il desiderio di tornare in patria nel cuore.

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Comments (1)

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  1. Chupina scrive:

    concordo con quello che hai scritto!

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